Scissione tra miglioristi. Il Cav. e la storia dello zero virgola Fitto

17 AGO 20
Immagine di Scissione tra miglioristi. Il Cav. e la storia dello zero virgola Fitto
Al direttore - Mercoledì scorso il Foglio ha pubblicato una corrispondenza da Milano, firmata dal bravo Maurizio Crippa: “Miglioristi, a noi!”. Si racconta di una riunione degli “eredi politici di Napolitano” che hanno come loro “vindice” Matteo Renzi. Dirò dei presenti. Assenti giustificati Paolo Bufalini, Luciano Lama, Gerardo Chiaromonte, Gianni Pellicani che non sono più in questa terra. Assente l’ignaro Giorgio Napolitano chiamato abusivamente in causa. Assenti Cervetti, Corbani e Roberto Vitali che hanno avuto a Milano un notevole ruolo tra i riformisti. Assenti i miglioristi siciliani, toscani ed emiliani ecc. Assenti Giovanni Matteoli e anch’io che qualche responsabilità ebbi nella costituzione dell’area riformista nel Pci-Pds e anche nella conclusione della sua vicenda. Io non ho obiezioni sul fatto che Umberto Ranieri ritrovi “molte tracce” della sua personale esperienza migliorista, in Renzi; che Scalpelli veda in Renzi la “fase suprema del migliorismo” (quello suo); che per Borghini Renzi sia il suo “vindice”. A Milano si sono incontrati un gruppo di amici ex miglioristi oggi renziani di ferro, come altri renziani provenienti da altre esperienze consumate a sinistra, nella Dc, e altrove: anche Marchionne è renziano. Nel partito personale si trova di tutto. Rispetto tutti i miei vecchi e giovani compagni, ad alcuni di loro voglio molto bene. Ma la pretesa, di essere gli autentici interpreti dell’area riformista e intestarla a Renzi, francamente è non solo arbitraria ma penosa.
Emanuele Macaluso
Dall’inizio della legislatura si sono divisi, e scissi, nell’ordine: il Pdl; il Movimento 5 stelle; il Centro; Sel; Ncd; Forza Italia pure non sembra che si senta tanto bene; e ora registriamo anche i miglioristi. A proposito: ma il presidente Napolitano, ora che è uscito dal Quirinale, questa tessera del Pd la prenderà o no?
l direttore - Giuliano Ferrara ha continuato, con il commento sul Foglio del 20 febbraio, la sua magistrale analisi sulla depoliticizzazione della democrazia prendendo spunto dalla vicenda greca e dal comportamento delle istituzioni europee. Economia contro sovranità democratica, ormai al crepuscolo. Questa evidente tendenza, che mi auguro non sia l’affermazione dello “spirito del tempo”, ha una motivazione in più per l’Europa. Si è deciso, a suo tempo, di varare la moneta unica, nell’illusione che l’intendenza – la politica economica e la politica tout court – sarebbe seguita. Poi gli stessi utopisti, senza autocritica, hanno cominciato a parlare di “zoppìa”: l’economia senza la politica economica. Ancora oggi si sostiene la necessità di proseguire, dopo la traballante e parziale unione bancaria, con l’Unione di bilancio e poi con quella fiscale nella prospettiva di arrivare all’integrazione politica. Dunque, si tratta, per certi aspetti, di una depoliticizzazione voluta o di processi di cui gravemente si ignorano gli effetti. Altro che valorizzazione della natura dell’uomo quale “zoon politikòn” e dell’imprescindibilità della politica. Ma tutto ciò non sembra e non deve essere un divenire ineluttabile. E l’azione di ripoliticizzazione a cui Ferrara fa riferimento è cruciale. Con i più cordiali saluti.
Angelo De Mattia
Sulla Grecia io la penso come un vecchio saggio. Va bene tutto. Va bene la sovranità dei paesi. Va bene che istituzioni non elette debbano avere rispetto per istituzioni elette. Ma il principio mi pare semplice ed elementare: non è accettabile fare i froci con il culo degli altri.
Al direttore - Qual è il punto cruciale dello scontro tra Grecia e Germania? Pur liquidando in maniera sbrigativa le ragioni del nuovo governo greco, sul Foglio di ieri Giuliano Ferrara va dritto al cuore della questione: nell’Unione monetaria europea la sovranità democratica, come siamo stati abituati a conoscerla, non può più esistere e stiamo sperimentando una “democrazia depoliticizzata”, in cui viene fatta salva la forma della rappresentanza parlamentare, ma le cifre che contano non sono quelle dei risultati delle elezioni. Al netto del dubbio se abbia ancora senso ricorrere al termine democrazia per un assetto del genere, la diagnosi è raggelante, ma acuta e spietatamente realistica. Il braccio di ferro con la Grecia non riguarda infatti le condizioni di rimborso del suo debito pubblico, su cui l’accordo è raggiungibile e non comporta neppure particolari oneri aggiuntivi rispetto alle condizioni già concesse (anche perché tutti sanno che il debito greco, dopo essere vorticosamente cresciuto fino al 175 per cento del pil durante gli anni della miracolosa cura della Troika, è sostanzialmente inesigibile…). Il punto di scontro è costituito invece dal messaggio disciplinante che la Germania e le istituzioni europee devono riaffermare di fronte alla Grecia e a ogni possibile futuro interlocutore riottoso al paradigma delle famose “riforme strutturali”: taglio della spesa pubblica e alto avanzo primario anche in fase di recessione, flessibilizzazione del lavoro e deflazione salariale, privatizzazioni a qualsiasi costo. Il piccolo problema è che Syriza ha ricevuto un forte mandato popolare proprio per ribaltare questo paradigma. Il rifiuto della Troika, al di là degli aspetti nominalistici, vuol dire questo. Di fronte a questa situazione, davvero si può continuare a circoscrivere il caso alla Grecia o non siamo di fronte al definitivo emergere di una contraddizione profonda della costruzione dell’euro, che dovrebbe interrogare anzitutto la sinistra? Quello che si sta imponendo alla Grecia è la sterilizzazione di ogni forma autonoma di decisione politica fondata sul voto popolare. Il punto centrale in discussione in questo passaggio è la democrazia, non l’economia. Che l’attuale assetto dell’euro fosse insostenibile economicamente ce lo ha insegnato la più lunga e devastante recessione dal Dopoguerra. Ora dobbiamo prendere atto che questo assetto diventa insostenibile anche dal punto di vista democratico: toglie oggi ai greci e domani potenzialmente ad altri popoli europei (in una misura molto più coercitiva di quanto sia avvenuto finora per effetto delle regole di Maastricht) un bene ancora più prezioso del benessere economico, la libertà di autodeterminazione politica. Dovrebbero preoccuparsene soprattutto le forze del socialismo europeo, non a caso già ridotte all’irrilevanza in molti paesi dell’Eurozona. Anche perché, se la sola politica economica consentita è quella dell’ortodossia di Bruxelles, dopo la sovranità democratica c’è un’altra cosa destinata ben presto a diventare anacronistica in questa Europa: l’idea stessa di sinistra.
Alfredo D’Attorre, deputato del Pd
Al direttore - La costruzione di una destra “intelligente”, che è stata da sempre una delle missioni del Foglio, parte sicuramente dal lascito berlusconiano ma non può più passare esclusivamente dalla persona del Cav. che oggi sembra più interessato a gestire lo status quo. Quello che Fitto e altri stanno tentando di fare è di immaginare una destra moderna che, in continuità con il berlusconismo, possa battersi ad armi pari con Renzi. Il tema della rivoluzione liberale, dell’abbattimento delle tasse, della riduzione e razionalizzazione della spesa pubblica, dell’elezione diretta del presidente della Repubblica e tanto altro non può ridursi a un patto del Nazareno, ormai archiviato, che prevedeva un pasticcio costituzionale e un nuovo Porcellum. Ritengo pertanto che la richiesta di “democratizzare” il berlusconismo, che Fitto sta cercando di portare avanti all’interno di Forza Italia e nel centrodestra, sia di fondamentale importanza per il futuro della nostra area politica e della democrazia italiana. E’ sicuramente un’impresa molto ardua che a mio parere il Foglio sta sottovalutando. E’ giusto “cambiare il rullino”, come dice lei, ma come si può fare se Berlusconi continua a stare in campo senza dare spazio al confronto interno? Il titolo apparso ieri, quindi, “Fitto ma ’ndo vai?” lo cambierei in “Berlusconi, ma ’ndo vai?”. Il commissariamento del partito in Puglia è allucinante ed è volto solo a punire qualcuno che ha avuto come unica colpa quella di aver espresso un’opinione sulla linea politica del partito in quel momento non condivisa dai vertici ma sulla quale ora, a partire da Berlusconi, sono tutti d’accordo.
Aldo Cioffi
Quella di Fitto è una battaglia più di posizione che di prospettiva. Cambiare rullino è vitale, ma nel centrodestra non c’è nessuno che possa pensare di succedere a Berlusconi senza avere la sponda di Berlusconi. Il compito di Berlusconi oggi è anche questo. E se non si cambia rullino anche gli zero virgola Fitto possono pensare di contare qualcosa.
Al direttore - E’ di qualche giorno fa la notizia di un probabile intervento legislativo in materia di rappresentanza sindacale e contrattuale. Un intervento del quale francamente non si sente la necessità: sancirebbe quello che la Costituzione, ampiamente e indiscutibilmente, già sancisce, inoltre risulterebbe come l’ennesima sfilata di codicilli e commi che, anziché favorire lavoro, l’ostacolano. Leggi e norme sul lavoro devono essere semplici ed esigibili, abolendone qualcuna, a cominciare dall’usurato Statuto, e riconducendo il tutto nell’alveo proprio del rapporto tra privati. Contrattazione e rappresentanza comprese.
Valerio Gironi
Al direttore - Con riferimento all’articolo apparso ieri sul Foglio “Le liberalizzazioni non negoziabili”, in cui si auspica “la fine del monopolio Inail sull’assicurazione dagli infortuni sul lavoro: una riforma che varrebbe miliardi, che in un colpo solo ridurrebbe il malaffare e farebbe risparmiare soldi a imprese e lavoratori onesti”, sfugge il nesso tra l’abolizione del monopolio Inail e la riduzione del malaffare. Il dibattito sul tema è comunque annoso: già nel Duemila la Corte costituzionale ha ritenuto inammissibile la richiesta referendaria concernente l’abolizione del monopolio Inail e nel 2002 la Corte di giustizia della Comunità europea ha dichiarato la compatibilità del regime Inail con i princìpi del Trattato riguardanti la libertà di concorrenza. L’Inail è comunque pronto a fornire il proprio contributo ove la questione tornasse al centro del dibattito politico, nella convinzione che le logiche che animano l’attività dell’Ente offrono la più ampia tutela a lavoratori e datori di lavoro grazie al principio di automaticità delle prestazioni, all’applicazione di un sistema di aliquote contributive non proporzionale all’effettivo rischio assicurato e alla parziale corrispondenza tra i premi pagati e le prestazioni erogate proprio allo scopo di assicurare un’indennità media anche agli assistiti con basso reddito. L’Istituto garantisce, inoltre, non solo la copertura assicurativa, ma affianca a essa un’azione di sostegno della prevenzione sui luoghi di lavoro contro gli infortuni e le malattie professionali nonché la presa in carico dell’infortunato attraverso le attività di cura, di riabilitazione e di reinserimento socio-lavorativo.
Valeria Piatti, ufficio stampa Inail.
Cogliamo la palla al balzo e vista la grande disponibilità che l’Inail offre al paese sul tema delle liberalizzazioni abbiamo una proposta per voi. O meglio, un ragionamento. Il nesso tra l’abolizione di un monopolio con la riduzione del malaffare a noi sembra evidente e se serve ci ripetiamo: meno concorrenza, meno possibilità di avere efficienza; più concorrenza, più possibilità di avere più efficienza. Visto che però entrate nel merito, entriamo nel merito anche noi. Nella logica severa e imparziale delle liberalizzazioni c’è anche il superamento della “applicazione di un sistema di aliquote contributive non proporzionale all’effettivo rischio assicurato e alla parziale corrispondenza tra i premi pagati e le prestazioni”. A nostro avviso, un sistema competitivo di assicurazione infortuni non dovrebbe garantire a tutti una copertura a prezzi politici ma dovrebbe valutare caso per caso e dovrebbe legare il rischio al premio anche per stimolare un datore di lavoro a ridurre i fattori di rischio e di pericolo per la salute di un lavoratore. In un sistema dove c’è più concorrenza, è più semplice che si sviluppi un meccanismo del genere. In un sistema dove c’è minore concorrenza è più difficile che vi sia un meccanismo del genere. Noi crediamo che l’Inail faccia bene ciò che può fare, e che in parte il malaffare di cui parliamo lo subisca la stessa Inail. E vogliamo così tanto bene all’Inail che è proprio per questo che vorremmo tre, quattro, dieci Inail, tutte in concorrenza tra loro.